Home / La Castiglia  / Museo della Memoria Carceraria  / Le Sale  / La cella del brigante Delpero

La cella del brigante Delpero

La ricostruzione della vicenda del brigante Francesco Delpero.

LA VICENDA FRANCESCO DELPERO (1832-1858)

Illustrazionedi Gennaro Amato della cattura di Delpero nel libro di De Amicis, Alle porte d’Italia

Illustrazione di Gennaro Amato della cattura di Delpero nel libro di De Amicis, Alle porte d’Italia

Tra i detenuti di Saluzzo gli archivi registrano la presenza del brigante Francesco Delpero nato a Canale d’Alba nel 1832 e impiccato sulla piazza del mercato di Bra il 31 luglio 1858. Delpero conosce le severe mura della Castiglia per due volte: la prima nel 1848, a soli 16 anni, sconta una condanna di un anno per un ferimento; la seconda, tra il 1853 e il 1854, conosce quell’Angelo Allegato in compagnia del quale verrà arrestato prima della condanna a morte.

Dopo essere stato un ragazzo difficile (o “discolo” come si diceva nell’Ottocento), Delpero, durante il Carnevale del 1853, nel corso di un banale diverbio con il delegato di pubblica sicurezza Giacomo Frencia lo ferisce gravemente con un coltello. Sei mesi dopo Delpero viene arrestato a Torino e dopo due anni di custodia cautelare (trascorsa, come detto, anche a Saluzzo) viene condannato a 20 anni di lavori forzati al bagno penale di Genova ,anche per una grassazione avvenuta sulla strada che collega Saluzzo a Torino. La carriera criminale di Delpero subisce una svolta decisiva ai bagni penali di Genova dove il suo spirito di irriducibile ribelle non riesce a tollerare le dure condizioni detentive.

Tenta più volte la fuga e il 1 maggio del 1857 insieme ad una ventina di galeotti aggredisce a morte un guardiano e si dà alla macchia. Tutti i suoi compagni di evasione vengono catturati tranne lui e due galeotti di Casale. Di lui si trovano solamente le catene vicino a Bobbio nell’entroterra ligure. Di qui inizia la sua latitanza e la sua vicenda di brigante vero e proprio. Tornato in Piemonte dopo la fuga, Delpero prende la via dei monti e dei boschi, vagabonda per le campagne, dorme al riparo degli alberi o in rifugi di fortuna. Le grassazioni sulle pubbliche vie, spesso solitarie e mal controllate, o le rapine nelle cascine, spesso mal custodite, sono i suoi principali mezzi di sostentamento. Qualche volta, quando la vittima si ribella, può scapparci il morto. L’aspetto di Delpero, alto, corpulento e con una folta barba, lo rendono facilmente riconoscibile e ben presto la sua fama si espande per tutto il Piemonte meridionale.

Diversamente da altri briganti del suo tempo, non pare tuttavia costituire una vera e propria banda (si accompagna più che altro ad individui che lo aiutano nelle sue avventure criminali) e la violenza delle sue imprese non gli consente di ottenere il favore del popolo contadino. In ogni caso diventa una celebrità che viene evocata anche nella polemica politica: gli oppositori del governo Rattazzi utilizzano le gesta di Delpero come simbolo di una cattiva gestione dell’ordine pubblico. Poi la sera del 5 agosto del 1857 all’osteria Orso marino di Vigone vengono notati due avventori dal fare sospetto… Subito dopo l’arresto Delpero viene portato a Torino e cominciano le indagini per scoprire i componenti della sua banda che peraltro si rivelerà non essere tale. Nel novembre 1857 vengono arrestati altri 8 presunti complici di Delpero, tra cui due donne che sono la moglie e la figlia di Giovanni Dogliani la cui abitazione è imputata di essere il covo della banda. Le imputazioni vengono via via ridotte nel corso delle indagini e del processo: molti testimoni non riconoscono Delpero, alcune accuse appaiono palesemente introdotte per dare soluzione a casi di omicidio irrisolti. “È la mia fama che mi tradisce” esclama Delpero in udienza.

Ruolo decisivo per le prove d’accusa, tuttavia, viene svolto dal propalatore (oggi lo chiameremmo collaboratore di giustizia) Giovanni Aimasso che racconta per lo più di confidenze ricevute da Delpero e da Dogliani e almeno in un caso di omicidio di due ragazzi in una rapina a Pocapaglia accusa Delpero per scagionarsi personalmente dell’omicidio stesso (uno dei due ragazzi l’avrebbe riconosciuto). Delpero, non certo innocente di molti delitti ma che coglie nel processo l’intento di costruire ad ogni costo il mostro da gettare in paso all’opinione pubblica, ad un certo punto del processo pare alzare bandiera bianca: tenta il suicidio in carcere, implora una condanna senza altri indugi (“basta l’omicidio del guardian di Genova per mandarmi a morte. Più di una testa non possono prendermi!).

In ogni caso non confessa alcunché ed anzi nega di aver mai commesso crimini efferati contro donne o bambini. La prevedibile sentenza viene pronunciata il 6 maggio 1858: 5 condanne a morte (compreso il propalatore Aimasso la cui condanna verrà tuttavia commutata in lavori forzati a vita) e tre assoluzioni (tra cui le due donne). La sentenza appare eccessivamente severa soprattutto nei confronti dei compagni di Delpero condannati sulla base di indizi vaghi e non concordanti, ma evidentemente la pressione dell’opinione pubblica sui giudici perché venga confermata la presenza di una banda di briganti è troppo forte. La condanna viene eseguita sulla piazza del mercato del bestiame di Bra alle 5 del mattino del 31 luglio 1858 dove i quattro condannati a morte vengono portati in treno su vettura cellulare da Torino. Tra i protagonisti dell’esecuzione quattro confortatori della Arciconfraternita della Misericordia di Torino di cui non fa parte Don Giuseppe Cafasso che conosce Delpero per averlo visitato in carcere peraltro senza grandi esiti emendativi, e quattro esecutori capeggiati dal celebre boia torinese Pietro Pantoni che utilizza una forca costruita per l’occasione alcosto per l’erario di 90 lire dell’epoca.

L’esecuzione avviene di fronte ad una folla strabocchevole con un dispiego di forze militari (180 cavalieri del reggimento Genova Cavalleria e 280 bersaglieri con 16 ufficiali) che sembrerebbe far pensare al timore delle autorità di tumulti popolari (peraltro non verificatisi). Delpero tiene un comportamento molto dignitoso, chiede di tenere in mano un mazzolino di fiori ma il “privilegio” non gli viene concesso. Quando gli viene messo il capestro confessa altri 12 omicidi di cui non era mai stato accusato e ringrazia la confraternita della Misericordia.

L’arresto di Delpero viene raccontato circa trent’anni dopo da Edmondo De Amicis attraverso l’intervista del brigadiere dei carabinieri Luigi Gamalero che ha catturato Delpero. Il brigadiere (“veramente una figura da carabiniere piemontese dell’antica stampa; alto, membruto, d’aspetto grave, quasi cupo, con due grandi occhi scrutatori e i baffi grigi. È vicino ai 70, ne dimostra 10 di meno: si capisce alla prima occhiata che doveva avere una forza erculea”) viene chiamato la sera del 5 agosto dall’ostessa dell’Orso che ha visto nel suo locale “due brutte facce”. Gamalero interviene con un collega carabiniere e afferma “appena vidi la faccia di quello seduto di fronte alla porta dissi subito tra me:quello è Delpero. Era un giovane sui 26 anni, d’alta statura, coi capelli neri e la barba nera, d’una pallidezza di un morto”. Delpero e l’amico (Angelo Allegato) presentano documenti palesemente falsi. Il brigadiere incalza con le domande e chiede a Delpero di alzarsi per verificare la statura (all’epoca i documenti non hanno ovviamente fotografie e quindi possono essere verificati solamente i tratti segnaletici). “Tò gridò allora il Delpero cacciando fuori con rapidità fulminea una pistola”. La pistola tuttavia fa cilecca e i due si avvinghiano a terra. “La lotta fu tremenda. Il Delpero, armato d’altre due pistole e d’un coltello, lottava per salvarsi dalla forca; la disperazione gli dava una forza formidabile … (…) il momento era terribile. C’era da temere che gli altri della banda fossero appostati là attorno; (…) Bisognava finirla. Il Gamalero, con una mano sola, (…) afferrò un braccio l’assassino, gli fece cascar dal pugno una pistola, lo inchiodò a terra per la gola; e allora s’arrese, finalmente, e fu ammanettato”.
Edmondo De Amicis (1846 -1908)

Nell’Ottocento una delle innovazioni per sottrarre alla vista del popolo i reclusi che venivano trasferiti da un luogo ad un altro fu quella della vettura cellulare che poteva essere anche su ferrovia. Tale procedura mostra come fosse diventato “scandaloso” il mostrare il condannato in pubblico anche se non mancavano le contraddizioni di esecuzioni capitali che venivano eseguite nelle piazze come quella di Delpero La cattura di Delpero suscita grande emozione nell’opinione pubblica. Lo stesso De Amicis apprende la notizia dal padre che legge ad alta voce l’articolo della Gazzetta del popolo che descrive l’arresto e si sente sollevato “perché era da un pezzo, per dio Bacco, che noi ragazzi, facendo delle scappate in campagna, tremavamo di veder sbucare da una siepe o da un fosso lo spaventevole bandito, e scappavamo come il vento alla vista d’ogni faccia barbuta. Nessun altro masnadiero ci aveva mai ispirato tanto terrore e tanto ribrezzo. Era anche perché il Delpero non aveva mai mostrato neppur uno di quei rari e istantanei sentimenti di mansuetudine che passan per l’animo anche ai malfattori più tristi, una di quelle qualità, per esempio, che avevan reso quasi simpatico, pur troppo, il famoso bersagliere Mottino: egli era un assassino tutto di un pezzo, una belva crudele e stupida, che uccideva inutilmente, e torturava prima di uccidere, e infieriva contro i cadaveri; uno sgozzatore di ragazzi, acceso di libidini orrende, perverso e feroce fin nel midollo delle ossa”. Ecco la ricostruzione, a tinte fosche e sostanzialmente non fedele alla realtà storica, di un profilo criminale che utilizza stereotipi che avrebbero caratterizzato il giornalismo di cronaca nera di ogni tempo.

POST TAGS:

info@museodellamemoriacarceraria.it

Review overview
NO COMMENTS

Sorry, the comment form is closed at this time.