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Le carceri nel racconto dei Backseat Boogie

Un brano scritto con il pensiero a Johnny Cash o alle vicende di un nonno antifascista, un video controverso che racconta di un prigioniero e di una guardia carceraria che si rispecchiano l'uno nell'altro

Un brano nato con la musica di Woody Guthrie e Johnny Cash in testa, con il ricordo di un nonno imprigionato perché sprovvisto di tessera del partito fascista: «Tempo fa siamo stati invitati nel carcere di San Vittore a Milano per tenere un concerto. Raccogliendo le immagini che quell’esperienza ci ha lasciato, dal ricordo delle persone che abbiamo incontrato è nata questa canzone. Narra di un prigioniero e di una guardia carceraria che si rispecchiano l’uno nell’altro», ci raccontano di Backseat Boogie del loro nuovo singolo Prison Guard.

 

 

«Entrambi sono figli della povertà e dell’ignoranza, entrambi costretti a lasciare la loro terra natia per cercare fortuna, entrambi infine tenuti a passare il loro tempo all’interno di quelle mura grigie – continuano i Backseat – È una canzone che parla della perdita della libertà e del prezzo da pagare per potersela permettere, dell’eterna colpevolezza di essere nati nella parte sbagliata della società».

Un brano che racconta quindi del rapporto fra carceriere e prigioniere, quando a separarli sembra essere soltanto la divisa. Ed è questo rapporto, dipinto con parole crude, che forse non è andato giù alla direzione del carcere di Bollate, inizialmente pensato per diventare il set del video diretto da Marco Proserpio insieme alla band: «Essendoci stata però negata la possibilità di girare il videoclip all’interno dei carceri (per via del testo della canzone, in cui il secondino viene appellato per tre volte come “bastardo”), abbiamo quindi deciso di girarlo in un carcere abbandonato alle porte di Varese».

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Fonte: Rolling Stone

biografi@museodellamemoriacarceraria.it

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