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“Un altro me”.La vertigine del sex offender

Intervista al regista Claudio Casazza, autore del documentario “Un altro me” che ha vinto il Premio MyMovies dalla parte del pubblico al 57° Festival dei Popoli

«Forse il male non avrebbe questo fascino così vertiginoso se si scoprisse, che nella sua sorgente profonda, assai più di frequente non c’è quel paradosso, non c’è la ricerca del piacere: c’è solo l’indifferenza, che è la forma terribile e permanente della crudeltà». (M. Proust in “La ricerca del tempo perduto”)

Per Proust perversione è avere coscienza del male che si procura. Il perverso è responsabile delle proprie azioni, ne gode, utilizza un certo linguaggio e dei simboli per imporre la propria volontà violenta che diventa inequivocabilmente tale quando si interrompe la reciproca intesa con la persona su cui essa si esercita. Quel “residuo animale” ereditato inconsapevolmente dall’essere umano che lega il piacere al possesso non presuppone coscienza, dunque neanche crudeltà. “Il residuo culturale o familiare”, invece, incide decisamente sulle dinamiche relazionali segnate dall’abuso, predisponendo la vittima alla vulnerabilità e all’estrema ricettività verso la violenza nella società. Il corpo sessuato spesso diventa strumento di potere sull’altro, e il più delle volte sull’altra; la cultura pornografica e i pregiudizi sessisti contribuiscono a sedimentare nella controversa dimensione individuale della sessualità le dinamiche di potere potenziate e reiterate dall’esperienza del piacere. Persiste tuttavia nella dimensione dell’abuso una responsabilità individuale che non concede alcuna giustificazione culturale. Anche di questo si parla nel film documentario “Un altro me” del regista Claudio Casazza. Girato nel 2016, ha vinto il Premio MyMovies dalla parte del pubblico al 57° Festival dei Popoli, ed è stato riproposto ieri ad Avellino, presso il cinema “Partenio”, dall’associazione di promozione cinematografica Zia Lidia Social Club. Casazza documenta il primo tentativo di trattamento e presa in carico di autori di reati sessuali nella realtà penitenziaria di Bollate (Mi) esplorando una regione al contempo umana e disumana, segnata da confini rischiosi, frapposti tra il piacere e la violenza, l’esuberanza e l’illecito, il “disagio e l’ attrattività, “la sensazione dell’altra/o e il controllo”, “ la fame di affetto” e il rigurgito dell’abuso .

Abbiamo avuto occasione di confrontarci direttamente con il regista

Casazza cosa entra principalmente nell’obiettivo del suo documentario

Pur essendo girato interamente all’interno del Carcere di Bollate nel reparto dedicato ai cosiddetti “sex offenders”, rei confessi per abusi sessuali, ho eliminato gli aspetti da “ film carcerario”, per concentrare l’attenzione sull’universo umano, sulla narrazione nel suo evolversi e sul lavoro che le persone facevano su di sé.

Perchè“ Un altro me” ?

Rimettere a fuoco “L’altro me” del detenuto e dello spettatore è uno degli obiettivi del film. L’ alternarsi di fuoco e di fuori fuoco comunica quel senso di “lontananza” da sé e dal proprio reato sperimentato dai detenuti, protegge da questi gli spettatori che vengono al contempo invitati ad assumere un altro sguardo sul crimine che restituisca ai rei la possibilità di tornare visibili nel campo degli umani.

Come opera l’ Unità di trattamento per Autori di reati sessuali?

L’Unità di Trattamento intensificato del CIPM (Centro Italiano per la Promozione della Mediazione) inizia ad operare nel settembre 2005. L’intervento del’ equipe, costituita da diverse figure professionali, criminologi, psicologi, educatori, arteterapeuti, è uno strumento di prevenzione orientato alla riduzione della recidiva e al miglioramento della qualità della vita dell’individuo. Il percorso rieducativo dura 10/12 mesi, coinvolge rei confessi che volontariamente aderiscono al progetto. Ogni giorno i detenuti partecipano ai “gruppi di parola” su temi da stabilire di volta in volta. Si alternano nei mesi incontri di attività fisica e di gestione dello stress a momenti di arte terapia. Chi partecipa si impegna con un contratto che non implica alcun sconto di pena. Durante gli incontri gli educatori ripongono molta attenzione al non verbale dei detenuti che sottende le verità più inconfessabili e meno consapevolizzate. Si insiste sull’importanza della relazione(anche fisica), l’attenzione all’altra/o, e non si ammettono minimizzazioni del reato che riporta un carico di gravità assoluto, che prescinde da giustificazioni culturali. Si cerca insieme di trovare le modalità più opportune per ripensare se stessi, il reato e gli effetti di questo sugli altri e nella società.

Crede nell’efficacia di questo tipo di trattamento? Il progetto continua?

Il progetto continua a Bollate e a Pesaro, è stato avviato anche nel carcere di Rebibbia(Ro) poi interrotto per mancanza di fondi. Per quanto riguarda l’efficacia del trattamento sono in linea con la dichiarazione del presidente del Cipm Giulini: la pena detentiva per gli autori di reati sessuali non può essere l’ unica forma di tutela e risarcimento nei confronti delle vittime e della società in generale. Come dice Giulini: «un approccio scientifico e sistematico di riabilitazione è un modo etico ed efficace di proteggere la collettività, ridurre le vittime e prevenire i comportamenti devianti».

Il lavoro di costruzione del film

Ho deciso di seguire un anno intero di lavoro tra l’equipe dell’Unità di Trattamento Intensificato per Autori di Reato Sessuale del CIPM e i detenuti “abitando” i luoghi delle riprese e girando con una troupe minima che non interferisse con quanto accadeva. Ho voluto sapere il meno possibile sui reati, ho cercato di liberarmi da filtri e preconcetti, mantenendo un equilibrio tra gli autori di reato e l’istituzione che li tratta. La traccia filmica è strutturata in tre fasi in linea con tre macro-tematiche: la tendenza del detenuto a minimizzare il reato cercando di colpevolizzare la vittima, le modalità mediante le quali gli operatori rafforzano la comprensione del danno della vittima, il rafforzamento della consapevolezza. Lascio sempre permanere un punto di domanda.

Un finale aperto dunque

Il tema è talmente forte che non credo sia corretto confortare lo spettatore con potenziali soluzioni definitive, alcune domande restano aperte e senza risposta. La sceneggiatura, infatti, inizia tardi finisce presto. Comincio a riprendere quando le discussioni sono nel vivo, stacco subito dopo alcune domande degli educatori, lasciandole aperte . Nonostante ad oggi dei 248 uomini seguiti solo 7 hanno compiuto di nuovo reati, dati positivi non possono chiudere il cerchio. Nel film le domande coinvolgono direttamente lo spettatore e la società nella ricerca di risposte.

L’incontro tra vittima e carnefice

Momento culminante del documentario è l’incontro tra una vittima e i detenuti. Nelle parole della vittima è evidente che “l’abuso si combatte solo lavorando sui due fronti, con chi subisce e chi l’attiva”. Ho cercato di non separare le parti, di non lavorare per una parte a discapito dell’altra, ma affinchè quelle parti non esistano più.

Pierre Bourdieu parla dell’amore come “spazio del disinteresse”, dotato di una certa “auto-archia” o anarchia. Al confine tra sessualità e criminalità che ne è dell’amore?

Nel confronto su questi temi può interporsi il tema dell’amore. In antitesi alle dinamiche di potere che si istaurano in rapporti violenti , l’amore nel senso più ampio presuppone, invece, la piena reciprocità. Tracce dell’amore si possono percepire nell’ultima testimonianza di Gianni, uno dei detenuti. Tra parole singhiozzanti, cariche di emozione, finalmente autentiche, emerge il ricordo dell’amore della moglie.

FONTE: Antonella Mancusi, IL MANIFESTO

biografi@museodellamemoriacarceraria.it

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